L'impianto e la cura dei vitigni

La vite normalmente prospera in zone non troppo calde o fredde, e ha bisogno di cure complesse e costanti ma soprattutto di interventi che siano appropriati e tempestivi, pena il disseccamento o l'improduttività.

A tale riguardo esistevano, tra i coltivatori, figure maggiormente esperte nelle attività più specializzate, come la potatura e l'innesto.

Il terreno di vigna doveva preventivamente essere libero, spietrato, diserbato, e quindi 'scatasciatu', ovvero rivoltato con picu, zzappa e zappuni fino alla profondità di 3-4 palmi.

Quando lo stesso era stato precedentemente utilizzato allo scopo, si teneva per qualche anno a riposo e piantato a legumi permettendo il ricambio di azoto e si 'ingrassava'.

Prima dell'impianto si procedeva alla sestiatura, cioè lo squadro dei terreni per organizzare le piante in filari (normalmente a 4-6 palmi di distanza).

La piantagione di maglioli (magghioli), vitigni di buona qualità fatti venire da fuori (Palermo o Milazzo), avveniva tra novembre e febbraio - alle quote più basse - o tra gennaio e aprile.

Nei primi tre anni la nuova vigna veniva zappata 6-8 volte l'anno; allo stesso tempo si procedeva alla potatura ('a pota) per evitare la proliferazione di molti 'uocchi' e, scalzando fortemente il terreno, al taglio controllato di alcune radici, al fine di far bene ingrossare il ceppo.

Per consentire la produzione di uve nostrane, sul magliolo veniva innestato ('nzitatu) un vitigno nostrano.
Con l'uso di cutieddu o di una piccola roncola (runcigghiu) si operavano innesti in inverno ('nziccu) o estivi (a 'vvirdi) attraverso diversi sistemi (a occhiu, a scorpu, a 'ngastu, a scarpeddu) e veniva sostenuta la pianta a mezzo di paletti o grosse canne, con legature in rafia.