PARCO ARCHEOLOGICO DI SELINUNTE E CAVE DI CUSA
di Sebastiano Tusa 

L’area urbana di Selinunte
Sita presso la foce del fiume dove cresce ancora il prezzemolo selvatico (selinon) che diede il nome al corso d’acqua ed alla città, si avvalse della sua felice posizione per esercitare i suoi fruttuosi commerci soprattutto con i Punici che vivevano nella parte più occidentale della Sicilia.
Fu fondata dai Megaresi di Sicilia nella seconda metà del VII secolo a.C. in prossimità di due porti-canali, oggi insabbiati, estremamente versatili per l’impianto d’intensi commerci marittimi. Fu grazie a questa sapiente esaltazione del ruolo geografico di Selinunte che i loro abitanti, nell’arco di poco più di due secoli, raggiunsero una floridezza economica che ha pochi confronti nel mondo greco e siceliota /magno-greco.
Costruirono ed ampliarono una città di dimensioni grandiose, dotandola di numerosi edifici di culto e opere pubbliche di primissima qualità.
Purtroppo Selinunte, forse suo malgrado, fu coinvolta nel clima d’ostilità che si venne a creare fra Greci e Punici sul finire del V secolo a.C. Così dal 409 a.C. in poi Selinunte perse il suo splendore  urbano divenendo un importante centro commerciale punico. Senza più guardare alle finezze della sua struttura urbanistica i Punici piazzarono semplici abitazioni un po’ ovunque; anche fra i ruderi dei templi, sovvertendo l’originaria articolazione funzionale delle aree.
L’impianto urbanistico greco di Selinunte si colloca ai livelli più alti della storia dell’urbanistica moderna. Si realizzò un’eccellente distribuzione delle funzioni e una stupenda simbiosi fra città e territorio che, pur non subendo violenti mutamenti, venne sovrastato e rimodellato dal razionalismo delle linee dell’ignoto maestro urbanista. La finezza e la bravura del pianificatore, e  quindi della volontà politica che commissionava il prodotto, si dimostra anche nella volontà di aprire la città al territorio, agganciandola alla realtà etnica circostante, cioè agli indigeni. Si giustifica, in tal modo, l’edificazione dei santuari ai confini della città con l’evidente funzione di consacrare le relazioni con gli indigeni e, ad un tempo, di dimostrare, attraverso la superiorità architettonica, l’influenza politica.
L’incredibile numero e qualità dei templi sono effettivamente una peculiarità selinuntina.
Sull’acropoli i Greci eressero ben quattro templi paralleli e vicini nell’area meridionale destinata al culto ed alle attività pubbliche, oltre ad altri sacelli minori più antichi o successivi. Il tempio O, il più meridionale, doveva avere sei colonne sulla fronte e quattordici sui lati lunghi. Ad esso si affiancava il tempio A, quasi simile. Le lettere che li designano dimostrano la difficoltà della loro identificazione sotto il profilo della destinazione culturale. Tuttavia potrebbe trattarsi di Poseidone e dei Dioscuri, basandoci sulla famosa “Grande Tavola selinuntina”, vero e proprio catalogo dei culti cittadini, rinvenuta nel tempio G, sulla collina orientale.
L’area fu densamente ripopolata durante l’occupazione punica della città con numerose casette che utilizzarono i ruderi esistenti come materiale di costruzione. Tra le abitazioni, quartiere per quartiere, i Punici piazzarono delle piccole aree sacre senza un criterio urbanistico preciso. 
Del resto esse erano costituite da semplici vani quadrangolari dove, su improvvisati altarini d’argilla, venivano sacrificati animali vari. Le ceneri del sacrificio vénivano, infine, deposte entro vasi ed anfore di varia forma in un angolo dello stesso vano. Si trattava, in breve, di piccoli tofet rionali che nulla avevano di monumentale. L’area sacra meridionale dell’acropoli di Selinunte aveva, nella sua parte più elevata, due templi di maggiori dimensioni: il C ed il D. Il tempio C, uno dei primi ad essere stato costruito e parzialmente ricostruito circa mezzo secolo fa. è uno dei più antichi esempi di architettura templare dorica esistente, essendo datato alla prima metà del VI secolo a.C. Presenta sei colonne sui lati corti e diciassette su quelli lunghi. La sua pianta risulta notevolmente allungata, così come le colonne, in parte monolitiche ed i triglifi (gli elementi che separavano gli spazi metopali sull’architrave). Tali spazi, sui lati corti, erano decorati da metope in parte recuperate e conservate al Museo Archeologico Regionale “A. Salinas” di Palermo. Sono tra i più riusciti esempi di scultura arcaica coloniale che si conoscano. Particolarmente efficace è quella che raffigura la quadriga di Apollo realizzata in altorilievo frontale riuscendo con abilità, anche se staticamente, a risolvere i delicati problemi della prospettiva. Le altre due raffigurano rispettivamente Perseo che sopraffa la Gorgonie e Eracle che vince i Cercopi. Il tetto era decorato da ricche e variopinte decorazioni a bassorilievo di terracotta raffiguranti elementi floreali, mentre il timpano anteriore (di spazio triangolare al di sopra dell’architrave) presentava la gigantesca testa di Gorgone (mostro mitologico dall’aspetto grottescamente terrifico) che rivela l’abilità dei coroplasti-selinuntini.
A proposito dei monumenti sacri post-greci si farebbe torto ai Punici se si volesse negare loro ogni intento architettonico. Invero realizzarono un tempietto a quattro colonne frontali con colonne ioniche proprio presso l’angolo del tempio C.  Si tratta del tempietto B, tipico esempio di mescolanza di ordini diversi in voga fra i Punici che, privi di ferree regole architettoniche, potevano sbizzarrirsi in eclettismi di vario tipo. Anche la funzione cultuale doveva, realizzarsi nella devozione all’eclettica figura di Asclepio (Eshmun per i Punici). è probabile che in quest’esempio di commistione architettonica e cultuale si manifesti la presenza di Greci rimasti nella città anche dopo conquista punica.
Sia l’acropoli che l’area residenziale di Manuzza erano circondate da un poderoso sistema di mura difensive quasi totalmente distrutto. Le mura oggi visibili che circondano la sola acropoli furono erette poco prima della definitiva caduta della città in mano punica. Anche i Punici, infine, apportarono delle modifiche per rendere ben difesa la loro roccaforte fino alla conquista romana di questa parte dell’isola.
Verso Oriente un poderoso muro a gradoni colpisce subito il visitatore per la sua regolarità geometrica. Si tratta di un tratto della cinta muraria che, oltre ad avere la funzione di continuare la cortina difensiva dell’acropoli, era stato creato per contenere un enorme terrapieno previsto per l’allargamento della superiore terrazza sacra. La costruzione dei templi aveva, nella seconda metà del VI secolo a.C. creato dei problemi riducendo enormemente l’area sacra dell’acropoli. In realtà siffatti monumenti non riuscivano ad avere quel respiro visivo che soltanto un’ampia spianata ad essi antistante poteva dare. 
Fu così che, con fantasia e ingegno, si risolsero due problemi con una sola opera muraria: dare respiro monumentale ai templi e dotare la città di salde difese.
La posizione dell’acropoli era estremamente privilegiata per il suo protendersi verso il mare fra le due insenature di Oriente ed Occidente. La sua elevazione sul mare era notevolmente equilibrata poiché permetteva un facile controllo dei due porti, ma al contempo, era ad essi legata da brevi e facili accessi. Non si conosce ancora bene il rapporto esatto fra impianti portuali e area residenziale e pubblica dell’acropoli, ma è facile intuirne gli stretti nessi viari e funzionali. Le aree immediatamente prospicienti i porti dovevano essere caratterizzate da una fitta rete di botteghe e magazzini i cui resti affiorano qua e là tra i vigneti e fra le dune di sabbia. Finora soltanto l’inizio di alcune strade e scalinate che scendevano verso i porti è stato chiaramente identificato.
Sulla collina orientale i cumuli di rovine assumono dimensioni grandiose. I tre templi ivi costruiti crollarono sotto i colpi dei terremoti. Di essi uno è stato ricostruito, il tempio E, dedicato a Hera o ad Afrodite. La  sua conformazione attuale rispecchia il suo stato finale, assunto, intorno alla metà del V secolo a.C. 
Scavi recenti hanno dimostrato che, quasi sovrapponendosi, altri due templi simili vennero costruiti precedentemente sin dalle prime fasi di vita della colonia.
Il tempio E possedeva alcune metope figurate che ornavano la sua parte frontale. Esse furono realizzate in stile severo, nel momento di massima maturità, da quella che è stato definita la scuola selinuntina di scultura. Rappresentano figure divine o mitologiche in atteggiamento ieratico. Furono realizzate con calcarenite locale, ma per le parti nude femminili si usò del marmo. Raffigurano Eracle con l’amazzone, il matrimonio sacro di Zeus, Artemide e Atteone, Atena ed Encèlado.
Ma i ruderi più impressionanti sono, senza dubbio, quelli del colossale tempio G il più grande dei santuari selinuntini e tra i più grandi di tutto il mondo greco. Era lungo 113,34 metri per 54,05. Le colonne erano alte 16,27 metri ed il solo capitello era 16 metri quadri nella sua parte superiore. L’altezza totale era di 30 metri circa. Si pensa che la sua costruzione fu iniziata intorno al 530 a.C., ma non poté essere mai completato poiché la distruzione della città sopraggiunse in anticipo. Non si è ancora certi circa la divinità alla quale era consacrato. Ma non si sbaglia se la si individua in Apollo o in Zeus, grazie alla lettura della già ricordata “Grande Tavola selinuntina”. Sulla base del medesimo documento sembra probabile che il tempio fosse stato adibito anche a sede del “tesoro pubblico”, ossia a luogo di deposito sicuro dei valori della città. Il fatto che negli stessi anni i Selinuntini eressero il proprio “thesauros” (la propria rappresentanza diplomatica, diremmo noi oggi) ad Olimpia offrendo in dono un sélinon aureo (ossia la raffigurazione dei simbolo vegetale cittadino), farebbe propendere per un’attribuzione a Zeus del colossale tempio che ha confronti soltanto con gli Olympeia di Siracusa ed Agrigento e con alcuni templi delle colonie greche in Asia Minore.
Gli artigiani selinuntini furono altrettanto bravi nella realizzazione di opere in bronzo a giudicare dalla statuetta di giovinetto databile alla metà del V secolo a.C. che, con tratti essenziali esprime una visione del tutto originale del kouros o efebo, pur nel rispetto di alcuni canoni formali di uno stile tardo arcaico, già quasi severo.
Ma la scultura selinuntina non si limita a opere destinate solamente ai grandi templi, ma era presente anche in monumenti minori, come, probabilmente, il cosiddetto santuario delle piccole metope sull’acropoli. A questo edificio sono da attribuire, probabilmente, due piccole metope, utilizzate successivamente come materiale da costruzione, e recentemente rinvenute durante lavori di restauro delle mura. Una raffigura Demetra, seguita da Ecate, che porge la fiaccola a Core appena uscita dal lungo letargo dell’Averno. L’altra, riprendendo una visione cara agli scultori selinuntini, rappresenta frontalmente una quadriga che porta Demetra verso l’Olimpo per ringraziare Zeus per aver fatto uscire Core dall’Averno. Entrambe le metope furono eseguite agli inizi del VI secolo a.C. Anche la produzione ceramica e coroplastica ebbe  a Selinunte, un vigoroso impulso.
Grazie all’importazione continua di prototipi greci, i vasai ed i coroplasti selinuntini avevano la possibilità di elaborare il loro artigianato in perfètta assonanza con quello della madrepatria. Particolarmente suggestivo ed impressionante è il gruppo di statuette rinvenute presso il santuario della Malophoros, all’estremità occidentale dell’area urbana di Selinunte. Si tratta di migliaia e migliaia di raffigurazioni divine (Demetra principalmente) caratterizzate dagli attributi più diversi (con animali, con collane, con bambini, con frutta etc.) che venivano offerte alla divinità in funzione delle più svariate richieste.
Oltre ai templi con peristasi, ossia con colonnato, Selinunte offre, nella sua appendice occidentale, al di là del fiume Modione, una lunga teoria di santuari privi di peristasi ma non per questo meno suggestivi. E’ l’area del cosiddetto santuario della Màlophoros dove numerosi sacelli dovevano affiancarsi ed aprirsi sulle sponde del fiume allora navigabile. Tali santuari dovevano assolvere alle finzioni del culto di massa; ma la loro collocazione periferica, nonché particolari cultuali, inducono a pensare che si trattasse di culti che avevano valore anche per gli indigeni e per i non greci. Si tratta, quindi di una sorta di cerniera di collegamento fra Greci non Greci, funzionale al pacifico espletarsi delle varie attività della colonia.
Durante il periodo di massimo espansione selinuntina il suo territorio comprendeva vaste aree a Nord, Est ed Ovest. A Nord arrivava a controllare fino a Poggioreale, presso Monte Castellazzo, un piccolo centro fortificato sorto su un primitivo insediamento dell’età del bronzo prima ed elimo dopo. Ad Ovest il suo dominio arrivava fino al Mazaro dove un emporio selinuntino, ancora ignoto, doveva servire da postazione militare e da scalo commerciale. Ad Est Eraclea Minoa, sulla foce del Platani, e Monte Adranone, nell’interno, contrastavano la via alle mire agrigentine.

Le cave di Cusa
A circa una decina di chilometri ad Ovest di Selinunte gli ingegneri selinuntini trovarono la pietra migliore per realizzare le loro opere grandiose. Si tratta della zona delle cosiddette Cave di Cusa, dove il banco di calcarenite, affiorante per un tratto notevolmente lungo, offrì la possibilità di realizzare i pezzi più grandi necessari alle opere cittadine. I grandi capitelli e le altrettanto imponenti colonne del tempio G furono tagliate qui grazie ad un sapiente uso di strumenti metallici. I pezzi, dopo essere stati quasi interamente realizzati, venivano staccati dalla loro matrice grazie all’effetto martinetto prodotto da cunei di legno espansi per effetto dell’acqua. La visita è estremamente suggestiva poiché sembra di vedere il cantiere di cava come bloccato all’ora x del giorno x improvvisamente e senza preavviso. La terra, la vegetazione ed il tempo hanno intaccato la freschezza dell’improvvisa interruzione, ma non sono riusciti a togliere i segni ad opere bloccate in diversi gradi di lavorazione e finitura. 
Perché così lontano andare a reperire la pietra per i templi? La risposta è semplice. Le Cave di Cusa sono il punto più vicino a Selinunte dove il banco di calcarenite si mostra compatto e massiccio a tal punto da poter staccare elementi di dimensioni così vistose come quelli del tempio C. Per gli altri elementi di più ridotte dimensioni venivano usate numerose cave molto più vicine alla città, come quelle dai sintomatici ed evocativi nomi delle Latomie e delle Parche.
Un evento traumatico - la conquista punica - determinò il momento di interruzione improvvisa del lavoro di cava. I pezzi vennero lasciati laddove erano, alcuni appena sbozzati, altri completamente finiti e già partiti per il lungo viaggio verso la destinazione. I Punici non ne ebbero più bisogno data la modestia delle loro realizzazioni architettoniche. Inoltre Selinunte stessa costituì per loro e per i posteri la più grande cava della zona.

Valutazione sulla fattibilità del parco
La situazione éd il contesto delle rovine selinuntine, immerse in una zona che, grazie alla faticosa costituzione del parco archeologico, permette una loro lettura indisturbata, favorisce al visitatore immagini romantiche ed evocative. I cumuli di colonne ed architravi che, a tratti, rompono la scansione agraria e la linearità delle mura, richiamano alla mente i pittoreschi resoconti dei primi viaggiatori europei, da Goethe a Houel. Le tracce dei carri lungo le strade, le mura e le sue torri offrono, invece, lo spunto per quadri evocativi di vita quotidiana della città, regolata dai ritmi diversi della vita marinara, da un lato, e rurale, dall’altro. Rivivono i giorni della febbrile e caotica opera di rafforzamento delle mura operata dal condottiero siracusano Ermocrate che tentò una disperata resistenza dopo la distruzione del 409 a.C. Egli utilizzò tutto  ciò che trovava per costruire torri e mura aggiuntive. La frenesia sua e dei suoi disperati compagni non si arrestò neanche ai templi che avevano reso famosa e grandiosa Selinunte. Arrivarono ad utilizzare come materiale da costruzione non soltanto colonne, capitelli ed architravi, ma anche alcune metope figurate. Rivivono quegli ultimi giorni di disperazione e di speranza così come i giorni terribili dell’assedio e della distruzione finale, e la pace che ritorna sotto il dominio punico voluta e salutata attraverso gli augurali simboli della dea Tanit raffigurati a mosaico all’ingresso delle abitazioni.
Al di là di queste considerazione di ordine “romantico” che, tuttavia costituiscono una delle attrattive più evidenti dell’area selinuntina grazie alla perfetta percettibilità del messaggio storicomonumentale, non pare esserci alcun dubbio sulla perfetta applicabilità dei canoni nominativi evidenziati dal legislatore per l’enucleazione delle potenziali aree archeologiche siciliane da destinare a parchi autonomi. Quantità, qualità, percettibilità, importanza storica, rinomanza turistica verificata dagli altissimi livelli di presenze ed introiti degli ultimi anni, sono tutti elementi che necessitano di pochi commenti data la loro macroscopicità agli occhi anche dei cosiddetti non addetti ai lavori.
Per quanto attiene all’inserimento delle Cave di Cusa nell’ambito del creando parco archeologico ciò si giustifica con quanto ricordato a proposito dell’indissolubile legame storico oltre che funzionale tra le due aree.

Considerazioni sulla perimetrazione
La perimetrazione proposta, per quanto attiene l’area archeologica di Selinunte, prevede una Zona A coincidente con l’area demaniale di Selinunte e la Zona B con quella perimetrata con vincolo paesaggistico ex art. 1 n. 3-4 della legge 1497/39, deliberato dalla Commissione Provinciale per la Tutela delle bellezze naturali e panoramiche di Trapani nella seduta dello 05/12/97. All’interno di tali aree ricadono le immense necropoli (nelle contrade di Buffa, Galera, Bagliazzo, Manicalunga, Timopone Nero e Bresciana) ampiamente saccheggiate dai clandestini ed in minima parte scavate regolarmente, negli anni scorsi. Si tratta di resti poco monumentali, ricoperti dal terreno agricolo che, soltanto in limitate porzioni, potrebbero essere rimesse in luce per offrire al visitatore un campione sufficiente per comprendere le costumanze funerarie dei Greci di Selinunte.
Nella medesima area ricadono le latomie di Landaro da dove i Greci, come si è specificato sopra, trassero materiale da costruzione. Infine l’area riveste interesse di carattere etno-antropologico ed ambientale per la presenza di alcuni ruderi riferibili a vecchi mulini a trazione idrica-meccanica situati lungo il corso del  Modione.
Per quanto concerne Cave di Cusa, la perimetrazione prevede una Zona A coincidente con l’area demaniale delle Cave e la Zona B con quella perimetrata con vincolo emanato con Ordinanza Assessoriale n. 3702 del 28/09/2000 ai sensi dell’art. 103 del T.U. n. 490 del 29/10/99, deliberata e modificata dalla Commissione suddetta nella seduta del 13/12/2000.