CONCLUSIONI

PARCHI ARCHEOLOGICI: IL SENSO DI UNA PROPOSTA
di Giuseppe Voza

Se è vero com’è vero che parco archeologico oggi si deve intendere, come vuole una consolidata normativa, un esteso ambito territoriale caratterizzato da importanti evidenze archeologiche dalla compresenza di valori storici, paesaggistici o ambientali, l’enunciazione presuppone che la rilevanza del complesso archeologico sia inquadrata nella realtà territoriale, vista nella sua continuità storica. 
Non isolamento, perciò rispetto al contesto territoriale: il parco dove raccontare le caratteristiche della terra, della natura messe in rapporto nella loro secolare evoluzione con le vicende dell’antropizzazione aventi forme passeggere o durature, banali o artistiche, urbane o rurali, private o pubbliche, materiali o spirituali, con lo scopo primario di rendere un’immagine globale della storia dell’uomo nel suo ambiente. Ambiente dunque non come cornice naturale del bene culturale, archeologico nella fattispecie, ma arricchimento sostanziale della vita del territorio come aveva sostenuto già Elena Croce nel suo libro del 1979 intitolato La lunga guerra per l’ambiente. 
Arricchimento che in un parco archeologico non significa, ripeto, isolamento o delimitazione rigida d’aree d’interesse archeologico da contrapporre ad aree urbane o rurali, ma corretto mantenimento e controllo dinamico di un contesto costituito da fattori naturali ben identificabili e riconoscibili nelle connotazioni di origine e di evoluzione, sui quali sono intervenuti o si sono affiancate, in un millenario processo di convivenza, le opere d’antropizzazione.
Certo ogni situazione richiede un’analisi per le peculiarità proprie dei complessi archeologici e delle connotazioni ambientali: la problematica che pone un complesso archeologico in un contesto urbano di oggi è diversa se riferita a spazi liberi in aperta campagna o ancora all’area di un denso polo industriale oppure a un’area in cui è vigente un regime di colture agricole a carattere intensivo ed estensivo, radicalmente diverso rispetto al sistema agricolo tradizionale. In tutti e per tutti, nonostante le diversità delle tipologie, dovrà essere ricercato, evidenziato e proposto il rapporto con le condizioni ambientali che giustificano, accompagnano o condizionano la vita dell’uomo e rendere, così, conto di tutto quello che ha prodotto il lento, secolare accumulo delle opere e dei giorni, come diceva il poeta.
Indubbiamente per la costituzione di parchi archeologici, analisi particolari vanno affrontate quando i grandi complessi archeologici si trovano in un contesto urbano contemporaneo.  In Sicilia casi di città odierne che insistono su aree urbane antiche, come Messina, Catania, Siracusa, tanto per citare le più famose, pongono problemi particolari in quanto l’uso di determinate aree che sono state, da età greca arcaica ad oggi, oggetto d’urbanizzazione senza soluzione di continuità, ha, nella maggior parte dei casi, ridotto le antichità ad episodi, seppure eclatanti, che in generale appaiono membra disiecta di un corpo edilizio che è difficile riconoscere, seguire, ricondurre ad un continuum significativo dopo le trasformazioni, le distruzioni, le alterazioni che l’edificato ha subito soprattutto nelle vicende costruttive messe in atto nella seconda metà dell’ultimo secolo.
        Né è più suscettibile l’idea di perimetrazioni di parco che prevedano di isolare contesti monumentali antichi per i quali manchi, almeno allo stato attuale della conoscenza, la possibilità di ricondurli e rapportarli concretamente alla trama dei contesti urbanistici antichi sì da rendere, in maniera soddisfacente e percepibile, la lettura delle vicende costruttive della storia dell’edificato in rapporto alla morfologia dei suoli prescelti per l’insediamento urbano. Anche in casi in cui sia stato possibile creare un cosiddetto parco nel cuore della città moderna come a Siracusa il parco della Neapolis, esso, oggi, va ristudiato e proposto in modo tale che non appaia più, com’è diventato, un’isola, un “orto” di monumenti, la cui linea di perimetrazione appare come una frontiera rispetto all’edificio moderno, che erige lungo di essa la fronte continua della sua palizzata.
Oggi sappiamo e diciamo che l’area archeologica della Neapolis non ha mai convissuto con la città d’oggi. Questo contesto antico è consegnato, incasellato in uno spazio urbano, contrapposto e separato dall’edificato moderno. Ma oggi per il fatto che gli studi sulla topografia della città greca hanno consentito la restituzione, per le linee generali, dell’impianto urbanistico e che i monumenti di Acradina, Neapolis, ed Epipole con l’immenso circuito delle mura dionigiane rappresentano un rilevantissimo contesto che unito a quello ambientale ancora per la maggiore parte percepibile, racconta   le vicende della città di età arcaica greca fino ad oggi, bisogna fare ogni sforzo finalizzato alla realizzazione di un parco che finalmente sia parte viva e attiva della città, dalla quale non va separato o artificiosamente distinto, ma utilmente connesso in un vitale sistema di convivenza, di recupero e di confronto.
Per la connessione e il confronto, laddove il rapporto antico/moderno è problema principale, bisogna porre mente al fatto che connotazioni morfologiche del suolo urbano che sono state costante riferimento nella nascita e nello sviluppo dell’apparato risultino riconoscibili nell’edificato moderno, che infrastrutture come le arterie stradali di epoca antica, determinanti nella scansione delle aree costruite, mantengano le direttrici del percorso, che assetto e morfologia dei suoli di consolidata funzione in rapporto all’edificato siano rispettati, che sia studiata la gradualità di esso nelle altezze, nelle distanze, nella distribuzione nei pressi o all’interno stesso delle aree maggiormente interessate dai nuclei più consistenti di testimonianze archeologiche, al fine di evitare separazione o isolamenti o contrapposizioni e che le destinazioni d’uso delle aree nei punti nevralgici per la fruizione del parco non abbiano usi contrastanti, dal punto di vista estetico e funzionale, con le esigenze della stessa fruizione.
In poche parole l’istituzione del parco archeologico è imprescindibile e improponibile oggi senza una corretta analisi di zonizzazione.
Ho voluto portare l’esempio di Siracusa perché mi pare emblematico per molti dei problemi da frontale quando si pensa a un Parco Archeologico.
Dunque bisogna avere ben chiaro che il Parco Archeologico deve essere caratterizzato da determinati requisiti (rilevanti testimonianze archeologiche su una cospicua estensione territoriale, compresenza significativa di valori paesaggistici ed ambientali) da utilizzare e valorizzare attraverso un cosciente processo conoscitivo al fine di contribuire allo sviluppo economico e sociale compatibile e di trasmettere il messaggio storico insito nei reperti, di “mostrare il tempo”.
Bisogna pure avere chiaro in mente che non è possibile che di parco archeologico si possa pensare per ogni sito archeologico. 
La quantità e la qualità dei requisiti di cui si parlava prima dovrebbero essere di chiara e indiscussa evidenza a fronte del pericolo dell’inutile proliferazione di proposte che finirebbero per annullare il proposito di puntare su qualificati poli di eccellenza, che, come previsto dalla legge, dovrebbero essere organizzati in sistema in modo da rendere evidente e percepibile la dimensione delle valenze culturali del territorio regionale, creando in epicentri trainanti, le condizioni di fruibilità a scopi non solo scientifici, ma sociali, economici e turistici.
Tutto ciò comporta l’indiscutibile concertazione fra gli enti preposti alla gestione del territorio in cui l’area dei singoli parchi si trova inserita.